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Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa



Siamo in Sicilia, all'epoca del tramonto borbonico: è di scena una famiglia della più alta aristocrazia isolana, colta nel momento rivelatore del trapasso di regime, mentre già incalzano i tempi nuovi (dall'anno dell'impresa dei Mille di Garibaldi la storia si prolunga fino ai primordi del Novecento). Accentrato quasi interamente intorno a un solo personaggio, il principe Fabrizio Salina, il romanzo, lirico e critico insieme, ben poco concede all'intreccio e al romanzesco tanto cari alla narrativa dell'Ottocento. L'immagine della Sicilia che invece ci offre è un'immagine viva, animata da uno spirito alacre e modernissimo, ampiamente consapevole della problematica storica e politica contemporanea.
Il Gattopardo
 è una lotta della memoria contro il fluire del tempo e la violenza della storia. Ma forse tutta la creatività umana è un tentativo di arginare la morte: ogni uomo s’aggrappa a ciò che lo rende vivo, e giorno dopo giorno scopre se ciò a cui si è affidato resiste e lo salva dal naufragio, o affonda con lui.

Leggere il Gattopardo non è solo concedersi la gioia di una prosa che crede nelle subordinate e nelle pause, e quindi nell’ordine delle cose e nel silenzio, ma è soprattutto risvegliare la memoria viva a cui diamo nomi nostalgici — ricordi, infanzia, casa — che sono solo segni di quella «vita che non muore» a cui ci sentiamo chiamati e che Licy, per e con amore, intravide nella bellezza della sera e nella malinconia del marito: «La luna è uguale in ogni posto. Scrivi e tutto vivrà».@ce_203 

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